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LA MARCIA PER LA SARDEGNA |
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da "La Nuova Sardegna" del 28 febbraio 2004 |
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| - Caduta la giunta, Mauro Pili esce di scena. Un silenzio di molti mesi. Poi il ritorno, originale, con una marcia a piedi nei paesi dell’interno. Perché? | ||
| «Intanto la scelta del silenzio è stata dettata non da un calcolo ma dall’amarezza profonda. Ho provato amarezza a lasciare la Presidenza della Regione. Può sembrare strano per chi invece in politica dovrebbe essere abituato a tutto. Il problema non era la poltrona, mi dispiaceva lasciare un lavoro a metà. Non ho mai misurato la mia attività politica sul prestigio o sulla difesa di un ruolo, quanto sulle cose che realmente si fanno. C’erano dei progetti ai quali ero legato. Ecco la mia amarezza. Non aver potuto portare a compimento progetti di profondo cambiamento» | ||
| - Quindi è prevalsa la voglia di uno stacco netto. | ||
| «Forse è il contrario di quello che dovrebbe fare un politico. Forse avrei dovuto combattere, sparare a zero, ha prevalso invece l’amarezza. Si trattava di decidere cosa fare da grandi, capire se c’era ancora la possibilità di impegnarsi nella politica in Sardegna. Sono arrivato in Consiglio regionale con un carico di consensi che mi dava l’energia e anche la responsabilità del governo, vedere questa fiducia della gente tradita dal Palazzo mi ha posto molti dubbi. Ho deciso la marcia quando mi sono reso conto che tutta la politica, di destra e di sinistra era entrata in un vortice dalla quale non sarebbe uscita indenne. Il vortice dei metodi, delle coalizioni, del gioco delle parti, dei listini, di chi ha più peso e di chi decide. A 37 anni, mi sono detto, non posso pensare che questo sia il terreno di confronto». | ||
| - Pur forte delle sue 150mila preferenze personali, la coalizione si è nei fatti frantumata. Cosa è successo? | ||
| «Non mi interrogo su cosa è successo nei partiti. So quello che è successo in Consiglio regionale, so che io mi sono presentato in aula e ho chiesto a tutti di alzare un braccio per dire sì o no alla mia azione di governo. Sin dall’inizio ho detto che i voti segreti non possono appartenere al sistema democratico di chi deve scegliere in maniera chiara e trasparente su temi concreti della politica. Preferisco questi ai voti segreti. Esempi: ho chiesto il collegamento Tirso-Flumendosa, ho fatto finanziare la 131, la 125, messo in cantiere tutta una serie di azioni importanti sul piano strutturale, fatto dell’acqua un unico Ente con un grande sistema e siamo riusciti in pochi mesi a recuperare anni di ritardo. Preferisco confrontarmi su queste cose con tutte le forze politiche». | ||
| - Questo atteggiamento la fa un po’ somigliare a Soru, sull’altro versante. Sta forse anche lei accarezzando l’ipotesi di correre da solo? | ||
| «Nel 1993 mi candidai a Iglesias. Ero solo contro la partitocrazia di quella città, politicamente rilevante. Contro tutti, destra e sinistra, e feci il sindaco. Ho già quindi superato la fase nella quale bisogna dire no ai partiti, sono invece convinto che i partiti bisogna cambiarli. Oggi i partiti devono riappropriarsi della politica, i partiti sono uno strumento democratico che non deve essere funzionale al mantenimento di vecchie logiche, ma devono percepire quello che la gente sente e vuole. Sento il pastore che dice «pagano il latte come un litro d’acqua», ma capisco che è un problema che non si può affrontare solo in Consiglio regionale, esce dai nostri confini. La Sardegna deve far riconoscere in Europa il diritto di un popolo di salvaguardare la propria economia, perché se c’è l’euro che vale più del dollaro o viceversa noi non possiamo far cadere un’economia solo per le variazioni delle monete. E tutto il reparto che va aiutato. Da sindaco di Iglesias cercai di far capire alla gente che il sindaco di una comunità non pensa a un colore politico ma tutela l’interesse della comunità. Di questo sono fortemente convinto. Non devo scoprire niente. La presidenza della Regione non è tutto, se i partiti dovessero decidere di non candidarmi, non farò drammi e soprattutto non sgomiterò con nessuno. Lo dico con grande serenità interiore». | ||
| - Esiste una ricetta per i mali della Sardegna? | ||
| «In questi giorni riflettevo sul fatto che in Sardegna è da cinquant’anni che parliamo delle zone interne. Poi abbiamo la Gallura e facciamo la politica delle zone costiere, poi quella del Sulcis, quella del Cagliaritano. La realtà è che abbiamo isolato ancora di più le zone interne, abbiamo creato delle oasi che sostanzialmente possono funzionare due, tre mesi all’anno ma ci siamo dimenticati di mettere a sistema la Sardegna intera. Dobbiamo integrare il processo di sviluppo. Con le infrastrutture prima di tutto. Da Armungia a Cagliari ci si deve arrivare in mezz’ora. Lo spopolamento nasce perché siamo lontani da tutto. Creare un Sistema-Sardegna. E’ questa la scommessa del futuro». | ||
| - Torniamo alle candidature. Lei pensa che An stia cercando di alzare il prezzo o è convinta di avere un candidato migliore? | ||
| «Io credo che ogni partito debba avere la libertà di presentare un proprio candidato. Per quanto mi riguarda, ho patito quattro anni e mezzo di divisioni, di contrasti e di lacerazioni. Non voglio più percorrere questa strada. Se c’è un progetto che ci vede uniti per un cambiamento vero posso essere a disposizione. Per altro no». | ||
| - Lei è stato accusato di aver gestito la presidenza con arroganza e scarsa collegialità. E’ vero? | ||
| «Sono stato accusato di una gestione “autoritaria”, anche “dittatoriale”, ma la realtà è che io andavo alla conferenza Stato-Regioni e scoprivo che rispetto agli altri miei colleghi ero senza poteri, senza capacità di decidere niente. Ho cercato di compensare questo limite cercando di decidere e di non accettare la logica del rinvio. Sono convinto che su questo non ho sbagliato. Potevamo perdere fondi comunitari sulle risorse idriche? Se avessi rimandato l’elaborazione del piano d’ambito (prima occasione di grande accusa) che scadeva entro il 30 settembre del 2002 avrei fatto un errore. Dopo che per una settimana ho messo intorno al tavolo gli alleati e quasi tutti hanno dato il via libera, ho deciso, ho firmato quel piano d’ambito. Ho governato un processo di rivoluzione dell’acqua, passando dalle dighe ai collegamenti tra bacini, questo ha disturbato la vecchia politica, perché quando si dice di no a dieci dighe con dieci progettisti, con dieci direttori dei lavori, con dieci imprese, con centinaia di miliardi che si moltiplicano negli anni, si toccano interessi. E quando io ho detto facciamo il collegamento Tirso-Flumendosa, che tutti nella storia hanno sempre voluto, ma nessuno ha fatto in 54 anni, la vecchia politica si è messa di traverso. Mi sono fatto molti nemici ma la Sardegna ha preso i finanziamenti e realizziamo l’opera. Bisognava fermare la politica del rinvio. Col rinvio non si va da nessuna parte. Scarsa collegialità cosa vuol dire? Nasce dal fatto che tu vuoi fare più dighe e io più collegamenti? A questo mi sono sottratto, ho preferito perdere la Presidenza della Regione piuttosto che accettare le logiche del non fare. Quando ho visto che il porto canale di Cagliari in 20 anni aveva portato diecimila container ho rescisso il contratto con chi lo gestiva. E sono andato a cercare i maggiori artefici dello sviluppo commerciale del Mediterraneo. Oggi abbiamo chiuso il 2003 con 250 mila container, il porto di Cagliari è tra i primi d’Italia. Cosa è meglio la collegialità del non fare, o prendere decisioni per il bene della Sardegna?». | ||
| - Un quadro desolante. Come pensa di mettere in piedi il sistema Sardegna in una situazione del genere? | ||
| «In realtà tutto questo capita perché ognuno pensa di ritagliarsi un proprio bacino d’utenza elettorale. Cito la 128 che è la strada sulla quale mi hanno martellato dal primo giorno all’ultimo. Perché non si è mai fatta? Perché ognuno ha preferito pensare ai fondi per la circonvallazione. Ogni comune vuole farsi la circonvallazione e in questo modo fa un autogol. Alcuni paesi se gli togli la strada hanno finito di vivere. In realtà si sono fatte tante circonvallazioni ma ci siamo dimenticati dell’asse principale. Il mio concetto di sistema è quello. Non possiamo avere sviluppo economico reale se non c’è una rete di sistema che possa consentire di alleviare i costi di trasporto interni. Noi abbiamo due tipi di continuità territoriale, quella interna e quella esterna. Dobbiamo puntare a creare le condizioni perché l’economia della Sardegna si fondi su nuove logiche. Sono stato nella zona industriale di Isili e mi sembrava di essere su Marte. Capannoni vuoti, completamente abbandonati, strade asfaltate e inutilizzate. Ma chi le ha fatte tutte queste cose? Con quali soldi? È la logica di chi ha pensato di cancellare con un colpo di spugna la cultura della Sardegna. Oggi vedo troppi uomini della vecchia politica a passeggio con quelli che si candidano nella nuova. In politica bisogna essere coerenti e io dico che il progetto di piano di rinascita che la mia giunta ha messo a punto, è un progetto che punta a dire, in Sardegna si è fatto tanto negli anni passati, ci sono molte cose che si sono fatte, noi abbiamo soltanto un compito quello di metterle a sistema. Dalle strade ai porti, non è che arriva il politico nuovo e dice che è tutto sbagliato ed è tutto da rifare. C’è una cosa che dobbiamo fare ed è quella di cogliere il massimo utile col minimo sforzo. Il minimo sforzo è quello di mettere in rete quello che già esiste. Tirso-Flumendosa: c’è una grande diga che ha 800 milioni di metri cubi d’acqua e c’è l’area cagliaritana che ha un deficit di 120 milioni di metri cubi d’acqua. Cosa devo fare, aspettare vent’anni per fare altre due o tre dighe? O realizzare un collegamento in otto mesi e spostare l’acqua? Con un unico strumento regolatore. Il problema dell’acqua non si risolveva perché ognuno pensava di usare il proprio territorio senza nessun tipo di prospettiva per il futuro. Le strade: la 131 perché non si è mai finanziata? In cinquant’anni di autonomia perché non si è fatta l’autostrada in Sardegna? Perché tutti pensavano al loro pezzo di strada. La legge obiettivo è legge nuova, è entrata in vigore a settembre del 2001; io non ho fatto altro che lavorare dal primo momento che mi sono insediato per portare a compimento il piano delle infrastrutture in Sardegna. Ho approvato un quadro di viabilità che prevede 37 nuove opere assolutamente strategiche per la Sardegna. Non possiamo pensare di fare diversamente. La protesta sennò diventa demagogia. Alzo la bandiera dello scontro e scarico su altri responsabilità mie. Oggi dobbiamo mettere a sistema tutto. Possiamo candidarci a entrare «in Europa e nel Mediterraneo» soltanto se abbiamo queste caratteristiche. La 131 nasce e viene finanziata come opera strategica di interesse nazionale se la Sardegna diventa un punto fondamentale, centrale, baricentrico tra il Mediterraneo e l’Europa». | ||
| - Tutela ambientale, sviluppo urbanistico, turismo. Lei si è scontrato con An sull’operazione Barrack, è stato accusato di averlo sponsorizzato. Dopo la bocciatura dei piani paesistici si rischia l’anarchia e la cementificazione selvaggia. Quali le sue strategie? | ||
«Io non ho sponsorizzato Barrack. Non intendo così la politica. Volevo mettere tutti sullo stesso piano. Non deve essere la Regione che decide quale sia l’imprenditore giusto. Non deve entrare nel merito di trattative private tra soggetti privati; le società finanziarie che hanno il capitale totalmente regionale devono essere equidistanti perché stiamo parlando di denaro pubblico. Certo ho incontrato Barrack per cortesia istituzionale. A lui ho detto cose chiare. La prima: qualsiasi imprenditore che si candidi a operare in Sardegna deve sapere che la vera ricchezza della nostra isola è l’ambiente. Ho detto anche che sono contro la quantità e sono un convinto assertore che in Sardegna bisognerebbe buttare giù molta volumetria e puntare sulla qualità. Cito la costa di Arbus, cito la costa di Villasimius, cito tante altre realtà che hanno avuto da colori politici ben identificati un consumo del territorio senza precedenti. Con una devastazione quantitativa e qualitativa del paesaggio. Dico che tutti i vincoli che attualmente esistono devono essere mantenuti e rafforzati. Spesso si pensa che due chilometri di distanza dal mare possano salvaguardare una costa. Se io a due chilometri dal mare faccio un grattacielo di cento metri, ho devastato comunque la Sardegna. Se invece ho realizzato in un tratto di costa un’opera paesaggisticamente ben inserita che aiuta a valorizzare il patrimonio ambientale il discorso è diverso. Ecco l’intelligenza della politica. Deve saper misurare questo. Non servono dogmi, ideologie, occorre fare valutazioni corrette che non spettano alla politica, spettano ai paesaggisti, spettano a coloro che hanno le competenze per capire se un’opera tutela e valorizza il patrimonio ambientale. E aggiungo. Noi ci occupiamo della situazione delle coste ed è giusto farlo, ma ci siamo mai occupati delle campagne, di cosa sta succedendo nelle campagne della Sardegna dove ogni tre-quattromila metri quadri si realizza un insediamento abitativo. Si depaupera progressivamente la campagna, una delle ricchezze più importanti della nostra terra. Ci siamo dimenticati del riordino fondiario, della capacità di aggregare |
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