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LA REGIONE DEI COMUNI

 
 

Le prospettive di sviluppo della Sardegna devono essere individuate e perseguite dalla Regione e da tutti i soggetti interessati, in primo luogo i Comuni, le Province e le Comunità Montane.

Il tradizionale modello “regionecentrico” non è più sostenibile, alla luce delle innovazioni istituzionali che sono intervenute in quest’ultimo decennio e delle esigenze della programmazione negoziata e di attuazione del POR.

L’esperienza maturata, con molte difficoltà, nell’attuazione delle politiche dello sviluppo locale e nell’estensione dei servizi locali, richiede la costituzione di un vero e proprio sistema delle autonomie locali sarde.

Il nuovo sistema delle autonomie deve vedere la Regione assumere un ruolo eminentemente legislativo e di coordinamento, in cui l’attività regolamentare ed amministrativa degli enti locali deve esprimersi nel rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Il sistema degli enti locali deve funzionare in sinergia con la Regione, in modo da formare una rete che non solo garantisca i servizi dei cittadini, la trasparenza dell’attività amministrativa, ma consenta una vera e propria partecipazione di tutti alla vita della Regione e delle Istituzioni autonomistiche.

Questo nuovo sistema delle autonomie dovrà trovare il giusto riconoscimento anche in sede statutaria, mediante una procedura che coinvolga direttamente tutti gli enti locali della Sardegna.

L’obiettivo è quello di sancire la pari dignità istituzionale della Regione, dei Comuni e delle Province, così come statuito dalla riforma del Titolo V della Costituzione.

L’occasione dell’approvazione del nuovo Statuto regionale deve essere l’occasione per stipulare un patto autonomistico tra Regione ed Enti locali che fondi la nuova autonomia della Sardegna.

Il patto autonomistico delle istituzioni locali per il federalismo deve diventare la base per la discussione e per l’individuazione dei nuovi ruoli degli enti locali e deve trovare pieno riconoscimento nel nuovo statuto della Sardegna.

In questo modo il ruolo delle istituzioni locali troverà espressione nel documento fondamentale dell’autonomia della Sardegna.

Il nuovo statuto deve contenere e quindi diventare lo Statuto delle Autonomie Sarde.

Ma non solo, questo processo di partecipazione degli enti locali consentirà una partecipazione reale e compiuta dei cittadini e delle realtà sociali, economiche, culturali ed associative, per far sì che lo Statuto della regione diventi lo Statuto dei Sardi. Lo statuto di una Regione che intende governare insieme con gli Enti Locali e con tutti i sardi.

 

Trasferimento dei poteri agli enti locali

 

Il quadro delle proposte per le nuove autonomie locali deve partire dal diverso ruolo costituzionale assegnato alla Regione per effetto della riforma del Titolo V della Costituzione, tutto incentrato sulla generalità della potestà legislativa regionale e sull’attribuzione agli enti locali di una generale competenza regolamentare ed amministrativa.

Il nuovo statuto dovrà ...

 

Il governo del territorio

 

In questo quadro un ruolo essenziale deve essere svolto dalla capacità di iniziativa dei Comuni, specie dei più piccoli, che devono trovare, in piena autonomia e senza modelli precostituiti dall’alto, le formule organizzative più idonee a salvaguarda e migliorare la qualità della vita delle popolazioni da loro amministrate.

Il sistema delle autonomie locali della Sardegna deve quindi configurarsi come una struttura a rete che assegna ai Comuni il compito primario della erogazione dei servizi e dell’esercizio delle funzioni pubbliche in tutti i settori.

Assume perciò un ruolo strategico e centrale il problema della cronica carenza di risorse finanziarie delle Amministrazioni Comunali (in particolar modo dei piccoli comuni, molto diffusi in Sardegna) e la mancanza di adeguate capacità professionali e manageriali, in tali piccole realtà, in grado di affrontare le varie problematiche e di trovare adeguate soluzioni che consentano all’Istituzione di erogare tutti i servizi di competenza comunale, nella misura quali-quantitativa che risulti soddisfacente per l’utenza.

I Comuni, per esercitare tali funzioni, potranno anche associarsi in rapporto alla loro capacità gestionale ed al loro livello dimensionale, andando a costituire Unioni di Comuni o Comunità Montane che dovranno diventare Enti a base associativa libera e non vincolata da decisioni regionali.

Il ruolo delle Province dovrà essere sempre più legato all’esercizio di quelle funzioni che attengono alla programmazione ed alla gestione dei servizi di area vasta, cioè di quei servizi e funzioni che sono riferibili ad aree a dimensione sovracomunale ovvero provinciale o subprovinciale.

 

La condivisione delle scelte di programmazione

 

In tal modo il governo regionale potrà operare secondo linee derivanti da una programmazione o pianificazione strategica, realmente condivisa, delle linee di sviluppo, chiamando a confrontarsi, non solo gli enti locali ma anche le varie realtà associative del mondo dell’imprenditoria, dei sindacati, delle forze sociali, culturali e del volontariato

Così inteso il governo del territorio regionale si configura come una funzione che va a costituire le pre-condizioni dello sviluppo sostenibile nella misura in cui coniuga ambiente e sviluppo, cultura e trasformazioni del territorio.

Lo strumento centrale del sistema di governo del territorio resta sempre il piano territoriale regionale, che riassume, in termini di coordinamento, le linee della programmazione economica e sociale, e da cui derivano le direttive, gli indirizzi ed i vincoli che disciplinano non solo le prescrizioni, ma anche le procedure di tutela, salvaguardia e valorizzazione.

L’architettura del sistema di governo del territorio è quindi costituito dal S.I.T. (Sistema Informativo Territoriale), dall’Osservatorio delle trasformazioni territoriali, paesistiche ed ambientali e dal Piano territoriale regionale che esprime la sintesi di coordinamento dei vari strumenti di programmazione e pianificazione settoriale.

Mediante un tale sistema sarà possibile superare quelle discrasie e contraddizioni che hanno caratterizzato l’operare del soggetto Regione, ma anche dello Stato, nelle materie che hanno diretta interferenza ed effetti sull’assetto del territorio.

L’obiettivo è quello di evitare che quello che viene programmato in termini di infrastrutture, di investimenti, etc., venga in contraddizione con quanto previsto o pianificato in termini di tutela e valorizzazione del territorio e dei beni culturali ed ambientali.

Il coordinamento dei vari atti di programmazione e pianificazione nei più diversi settori non deve confondersi in una programmazione globale, che sarebbe antistorica, ma deve tradursi in un raccordo dinamico, orientato secondo una visione strategica che è quella propria di un governo fortemente determinato al conseguimento degli obiettivi per i quali ha ottenuto il consenso popolare.

Il sistema del governo del territorio non è dimensionato sulla sola scala regionale, ma è articolato a tutti i livelli dell’autonomia locale ed è strettamente collegato alla dimensione delle loro funzioni.

Sono questi i presupposti che consentiranno di dare contenuti reali al pieno esercizio dell’autonomia locale e di quella comunale in particolare.
 

Il ruolo chiave dei Comuni

 

Il soggetto principale del sistema di governo del territorio è e resta il Comune, per la sua natura di primo ente esponenziale delle esigenze della collettività situata in un determinato territorio e, quindi, per la sua prossimità alle esigenze dei cittadini.

Al Comune, infatti, è affidato il compito di governare la città, l’urbano, nella sua dimensione complessiva e, quindi, necessariamente anche l’assetto del territorio che non a caso si esprime nelle più ampie competenze che attengono alle trasformazioni territoriali, ma anche alla gestione dei servizi urbani, alla manutenzione delle infrastrutture civili ed urbane, all’adeguamento e la programmazione degli interventi che quotidianamente devono essere svolti per garantire un adeguato livello di qualità della vita cittadina.

Nel quadro delle sue competenze, sempre più proiettate in termini di promozione dello sviluppo locale, il Comune deve poter disporre di uno strumento di governo del territorio, adeguato e più rispondente alle esigenze di flessibilità e di dinamicità connesse alle politiche di sviluppo.

Sono questi i presupposti che consentiranno di dare contenuti reali al pieno esercizio dell’autonomia locale e di quella comunale in particolare.

 

Unicità della programmazione

 

In questo modo il Comune recupera l’unicità di impostazione della sua programmazione annuale e triennale, senza ritardi né impedimenti che possono nascere dall’adozione di una procedura aggravata – come quella attuale – per le varianti urbanistiche.

Viene conseguito un ulteriore obiettivo: quello di fornire certezze in ordine alle modalità attuative della pianificazione comunale, consentendo l’intervento dei privati là dove questi si assumano l’onere delle infrastrutturazioni che il soggetto pubblico non può assicurare per carenza di finanziamenti e quindi vogliano intervenire anche mediante il project financing.

La certezza e la trasparenza delle previsioni di piano non è data dalla rigidità o dalla immodificabilità delle prescrizioni vincolistiche o di azzonamento ma dalla chiarezza e dalla pubblicità delle procedure necessarie per il loro necessario adattamento alle esigenze dei cittadini.

Bisogna rendere certe le procedure e non le prescrizioni, perché queste ultime derivano sempre da dati previsionali che sono espressione del tempo in cui vennero formulate e, nell’attuale società globale e dell’informazione, sono soggette ad una obsolescenza precoce.

Lo strumento del piano non è quindi da intendersi quale atto definito ed immutabile nel tempo ma come un piano-processo che si adegua costantemente all’evoluzione della realtà sociale ed economica ed alle prospettive di sviluppo.

La forma e la struttura del nuovo piano comunale dovrà, inoltre, consentire all’autonomia comunale di manifestarsi nella sua interezza e non soggiacere ad interventi tutori o di controllo ormai inattuali perché manifestamente insufficienti o, addirittura, inutili.



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