L'ISOLADELL'AUTONOMIA EUROPEA |
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Il clima storico e politico che vide la nascita dello Statuto è radicalmente cambiato, rendendo vecchie e superate parti importanti di quel testo. Siamo ormai parte viva e attiva di un sistema europeo che vuole crescere anche abbattendo ogni frontiera, lasciando la più ampia libertà di circolazione alle persone, alle merci ed alle informazioni. In questo sistema rivendichiamo un ruolo riconoscibile per la nostra autonomia e specificità, cui non possiamo rinunciare. |
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Le azioni di governo che proponiamo |
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Per una nuova autonomia |
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I principi fondativi dell’autonomia vanno resi più attuali, più moderni, e devono essere riallineati con i tempi che stiamo vivendo. Dalla consapevolezza che molto dipende da noi occorre ripartire per una assunzione di responsabilità che ci deve vedere impegnati a costruire la Nuova Via dell'Autonomia, quella dell'attuazione, dell'efficacia, dell'efficienza, dell'innovazione. Dobbiamo saperci aprire, guardare all'Europa, ma non solo. L’Europa che vogliamo è un’Europa di regioni unite, solidali, ma non omologate. Non procedere in questa direzione porterebbe all’intollerabile esito del vedere svuotata di contenuti e di significato la nostra autonomia. Questo non possiamo permetterlo perché rischieremo di disperdere la più preziosa delle eredità ricevuta dai nostri padri. Per collocarsi in modo autorevole ed efficace entro questi nuovi scenari si impone la ricerca di una nuova identità regionale e ciò può avvenire solo riformulando in maniera sostanziale la massima espressione formale della nostra autonomia: il nostro Statuto. Abbiamo un’idea forte e precisa del modello di autonomia di cui la Sardegna ha bisogno, ma ancora più forte è la nostra convinzione che il nuovo Statuto non debba essere patrimonio di una sola parte politica. Il valore fondativo stesso dell’autonomia è l’essere espressione di tutti i Sardi, ed è per questo che esso deve essere frutto della raccolta di tutte le migliori istanze della società civile dell’Isola. La fase costituente, quale che sia la formula attuativa che sarà prescelta, ha per noi un’importanza storica. Sarà un momento alto della nostra vicenda politica, ricco di valore simbolico e voto allaricerca della massima sintonia tra i cittadini e i loro rappresentanti, consapevoli del peso del mandato che sarà loro assegnato. |
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Sardegna in Europa |
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Per la Sardegna l’Europa rappresenta un’occasione storica. La speranza di avviare un nuovo rilancio economico, di offrire una prospettiva alla grande massa di giovani oggi relegata in una disoccupazione disperata, è legata alla "europeizzazione" della nostra isola. Non solo la completa utilizzazione delle provvidenze europee, ma anche l’inserimento a pieno titolo dell’isola nel circuito europeo, e cioè in quella rete di idee, di uomini e di tecnologie che fa dell’Europa una delle aree più vitali del mondo. In una Europa che programma con anni di anticipo, la battaglia per il dopo 2006 è già cominciata. Sulla base delle attuali proiezioni, la Sardegna esce dall’obiettivo 1, per il superamento del livello percentuale del PIL pro-capite medio comunitario espresso in parità del potere d’acquisto. In questo contesto, solo se si possiede una visione di lungo periodo è possibile definire strategie adeguate per governare il cambiamento. Nel definire il nuovo quadro programmatico è necessario individuare soluzioni di continuità con il precedente sistema degli obiettivi ed interventi strategici delineati nel QCS e nel POR Sardegna 2000-2006 e orientare la nuova politica di coesione comunitaria al fine di riconosce la specialità delle isole ed in particolare delle regioni insulari. L’ampliamento a 25 Stati dell’Unione Europea comporta, quindi, rischi ed opportunità. Da una parte è inevitabile che, data la debolezza economica di molti dei nuovi membri, si affievolisca il regime di aiuti per le regioni in ritardo di sviluppo, è quello che si chiama “effetto statistico” dato dall’abbassamento della media delle ricchezze europee. D’altra parte l’ampliamento del mercato interno dell’Unione, con il conseguente incremento della libertà di circolazione di mezzi e persone, offre anche alla Sardegna nuove opportunità di crescita e sviluppo, a patto che siano difese e in alcuni casi conquistate, condizioni di competitività che non sempre la regione oggi vede riconosciute. |
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Insularità |
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I nostri più specifici interessi devono restare centrati nella battaglia per la “insularità”. Nella passata legislatura, ed in particolare sotto la presidenza di Mauro Pili, si è operato con determinazione per difendere il ruolo della Sardegna nell’Europa delle regioni. Su molti punti qualificanti: insularità, energia, entrate è stata costante la pressione nelle più qualificate sedi istituzionali sia nazionali che comunitarie. Più in generale è stata assunta senza incertezze una posizione che vuole accelerare e rendere più netta l’evoluzione dello Stato e dell’Unione in senso federale, ad esempio rafforzando il ruolo del comitato delle regioni trasformando la natura dei suoi pareri, sulle questioni di rilevanza locale: da consultivi a vincolanti. Il rafforzamento dell’autonomia è la prima condizione per competere nella nuova Europa, per cogliere le opportunità che essa ci offre, per integrarsi mantenendo la propria identità. La battaglia per l’insularità nel nuovo scenario europeo, pertanto, diventa parte integrante e qualificante della nostra politica di difesa dell’autonomia e della specialità. La richiesta di una politica fiscale differenziata all’interno dell’Unione Europea, per avere una qualche possibilità di successo, va condotta in relazione al riconoscimento, non solo formale, del principio dell’insularità. Su questo aspetto, il parlamento Europeo ha mostrato, anche di recente, qualche segnale di apertura. Peraltro anche la prospettiva da noi auspicata di una politica fiscale differenziata all’interno dell’Unione Europea, per avere una qualche possibilità di successo, va condotta in relazione al riconoscimento, non solo formale, del principio dell’insularità. La definizione di Isola, in sede europea classifica come tali territori non collegati alla terra ferma da strutture fisse, su cui non si trovi una capitale nazionale, di almeno 1 kmq di estensione e con almeno 50 abitanti. Si tratta di una definizione troppo ampia e che non permette un vero riconoscimento dello svantaggio che in alcuni casi la condizione di insularità comporta. Per questo l’azione già avviata in sede Comunitaria è rivolta ad ottenere unriconoscimento di una condizione di svantaggio da insularità che si verifica quando tali territori vantino un sistema socio economico complesso, con rilevante presenza di attività industriali e agricole, cioè settori fortemente dipendenti dal sistema dei trasporti. Sono essenzialmente due i rischi che la Sardegna corre nel nuovo scenario Europeo: vedere accentuata una condizione di marginalità che già oggi si patisce;non poter disporre delle risorse per colmare alcuni deficit strutturali ancora presenti. Il ruolo strategico della Sardegna si gioca sul quadrante geografico cui essa naturalmente appartiene, che è quello del Mediterraneo occidentale, non sempre considerato nel suo giusto valore dalle politiche comunitarie. La crescente attenzione verso l’espansione ad est e il raffreddamento dei rapporti con i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo non costituiscono evoluzioni positive per l’Isola. Occorre rilanciare l’attenzione dell’Unione verso l’importanza del corridoio Mediterraneo occidentale, in particolare rilanciando e sostenendo il programma MEDOC. Gli svantaggi multipli che interessano la Sardegna: insularità, bassa densità demografica, diffusa presenza di aree montane, pure sanciti nei documenti europei, devono essere riconosciuti stabilmente quali condizioni per accedere ai fondi strutturali. Per queste ragioni, la proposta del riconoscimento degli svantaggi multipli, già inserita su richiesta della Regione, nel secondo memorandum italiano sulla riforma della politica regionale di coesione comunitaria sull’allargamento, deve essere accolta in sede Comunitaria. Il memorandum è stato frutto di una trattativa complessa e di un serrato confronto avviato nel 2001 tra Stato, Regioni, Enti Locali e parti economiche e sociali che, per il metodo seguito, può essere definito unitario. Nel documento viene riconosciuta la specialità delle regioni insulari ma occorre che la posizione sia condivisa a livello europeo in quanto le regole della politica comunitaria regionale di coesione per il periodo 2007-2013 condizioneranno l’impegno finanziario dell’intervento comunitario a favore delle regioni in ritardo di sviluppo e, in parte, detteranno le condizioni di legittimità degli interventi nazionali a favore delle regioni svantaggiate escluse dal programma comunitario. Il memorandum cerca di orientare le politiche di coesione verso azioni finalizzate ad accrescere la competitività attraverso la realizzazione di infrastrutture materiali ed immateriali, limitando l’impiego degli aiuti di stato e privilegiando azioni che accrescono l’offerta di beni pubblici, migliorando le condizioni di contesto con interventi di infrastrutturazione materiale e immateriale e azioni di modernizzazione delle istituzioni pubbliche. Si può così evitare che le politiche regionali, comunitarie e nazionali, si risolvano in azioni aggressive fra paesi e regioni “a colpi di sussidi”. Entro tale quadro:
A tal fine in primo luogo, vanno rafforzati gli accordi e le politiche che accomunano le regioni che si collocano nel nostro quadrante geografico, prima fra tutte la Corsica. Sardegna - Corsica |
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