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LA REGIONE DELLA SOLIDARIETA'

   
 

Terzo Settore

 

Sin dall’inizio degli anni ottanta, in corrispondenza con la grande crisi che investe tutta la società italiana, le istituzioni, il mercato e le stesse rappresentanze sociali si diffondono in forma progressiva anche in Sardegna le iniziative private con finalità solidaristiche, sia nei tradizionali ambiti della politica e dei servizi sociali (assistenza sociale, sanità, istruzione, occupazione), sia negli altri ambiti della protezione civile, della tutela ambientale, dei diritti umani, delle attività sportive e del tempo libero.

E’ il cosiddetto settore del Privato Sociale o del Non Profit ovvero del Terzo Settore.

Finchè negli anni novanta si avvertì l’esigenza di meglio regolarne la natura, le finalità, gli obiettivi, gli aspetti legali, amministrativi e fiscali, per dotarli di strumenti in grado di consentire l’assunzione e lo svolgimento di compiti sempre più impegnativi di rilevanza pubblica e di potersi interfacciare con la pubblica amministrazione.

A normative nazionali quali la Legge 266/91, sul volontariato, la 381/91 sulle Cooperative Sociali corrispondono in Sardegna rispettivamente le Leggi 39/93 e 16/97 che trovano riscontro e riconoscimento attraverso la iscrizione nei registri del Volontariato e delle Cooperative.

Altre leggi a carattere nazionale serviranno a delineare un quadro più compiuto del Terzo settore, quali il Decreto legislativo 460/97 che riorganizza la disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS), e la Legge 383/2000 che definisce e riconosce le Associazioni di promozione sociale.

Per un verso in Sardegna, sin dall’entrata in vigore della Legge regionale n. 4 del 25.01.1998, che ha determinato il Riordino delle funzioni socio-assistenziali, vi è stato un crescendo nella considerazione della importanza degli enti del Terzo settore e nel loro coinvolgimento nell’ambito della gestione delle politiche dei servizi sociali.

Siamo profondamente convinti però che dobbiamo e possiamo fare un notevole passo in avanti per una migliore valorizzazione degli enti privati riconosciuti, delle organizzazioni di volontariato, delle associazioni di promozione sociale, dei gruppi di auto aiuto delle cooperative sociali e della grande famiglia delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale.

Siamo ugualmente convinti che dobbiamo lasciarci alle spalle in modo definitivo la posizione assunta fino a tutti gli anni novanta da una grande parte della pubblica amministrazione che, nel rapporto tra Stato e Società Civile, ha assunto una posizione fortemente sbilanciata a favore dello Stato con una conseguente perdita di autonomia ed una assunzione di dipendenza da parte del Terzo Settore.

Siamo impegnati a capire meglio i diversi motivi ispiratori delle singole componenti il Terzo Settore in Sardegna, analizzarne le capacità e potenzialità di rappresentanza della società civile e stimarne l’importanza dei rapporti di rete.

Ci impegniamo a rivedere i meccanismi di erogazione del finanziamento pubblico alle organizzazioni del Terzo Settore, convinti che si deve superare l’attuale modello competitivo di concessione delle risorse, che non è sufficiente a garantire la qualità della erogazione dei servizi la cui componente relazionale, funzionante e misurabile secondo parametri non unicamente né prevalentemente economici, è rilevante.

Ci sentiamo impegnati in maniera determinata a favorire, tra la pubblica amministrazione ed il Terzo settore, un rapporto sempre meno di scambio moneta/prestazioni su delega, e sempre più invece di partnership.

Così che si possa perseguire, nell’ottica con cui abbiano assunto il Disegno di legge sul nuovo Sistema Integrato Regionale dei Servizi Sociali e Socio Sanitari, l’obiettivo di favorire un processo più avanzato con un passaggio da un modello di welfare unix a quello di welfare society, e con l’attuazione dei principi di sussidiarietà e di vero decentramento.

Così che i livelli inferiori quali i singoli utenti, le famiglie, i sindacati, il terzo settore, il privato sociale, le Province, i Comuni, i Distretti…. possano esercitare le funzioni meglio e con maggiore efficacia e sinergie rispetto agli organi centrali.

Consentendo anche l’accentuarsi delle buone diversità in relazione alle specificità dei singoli territori e interagendo per programmare una rete di servizi definibili entro ambiti territoriali stabiliti dai singoli Comuni in forma singola o associata e sviluppando un sistema di rete e di supporto finanziario plurimo alla stessa, senza escludere la forma di autofinanziamento dei soggetti che vi partecipano.

   


 

 

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